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WINCH A BAGNO D’OLIO

Dozzine e dozzine di anni fa un ragazzetto senza arte né parte cercava di trastullare, con vaneggiamenti sul mondo della moda di cui non sapeva in realtà nulla, una coetanea, a tarda notte, sul muretto delle prime case del porto di Porto Rotondo.
L’incauto non avendo dalla sua né nessun Pianeta né la sorte, incappò nella reprimenda da un balcone a loro sovrastante da parte di un noto armatore che invece di moda ne sapeva a josa.
L’invettiva consisteva nel fatto che la moda è un mondo di cicli e ricicli ove compaiono in auge, a seconda dei periodi, questo colletto alla coreana oppure quell’altro vezzo in una continua riscoperta di stilemi passati mixati a quelli coevi.
Tutto ciò, nella vela si potrebbe “leggere” qualcosa di simile a riguardo della rinascente fortuna di winch a lubrificazione a bagno d’olio ed anche delle scatole di ingranaggi messe tra coffee-grinder e winch.
Diciamo questo perché di già negli Anni 70 i Koala 50’, come ad esempio la barca di Doi Malingri, impiegati per la regata attorno al mondo, portavano winch Barbarossa a bagno d’olio a firma di quel genio della meccanica italica che rispondeva al nome di Luciano Bonassi.
Il winch si chiamava ‘Tris’.
Il winch a bagno d’olio dell’Harken 1125 è ad esempio ai giorni nostri uno dei winch di alcuni Wally Cento, 100’ di furore velico…
L’1125, a differenza di winch simili altrui, conserva il free-spinning e cioè la capacità di far ruotare la campana libera pur essendo a bagno d’olio ed ha il grande vantaggio di poter smontare la campana senza che l’olio fuoriesca in quanto è contenuto entro il supporto campana.
Come si dice in certi campi musicali: avanguardia è il rispetto della tradizione!